Testi e documenti

Le origini di "Città dell'uomo"

Luigi F. Pizzolato (2003)

Che un’Associazione come “Città dell’uomo” non sia frutto di un’aspirazione senile di Giuseppe Lazzati è a tutti noto. Benché essa sia nata ufficialmente il 4 ottobre 1985 (firma dell’atto costitutivo), Lazzati ha sempre voluto collegarla - perfino nel riferimento al nome- in continuità con quella “Civitas humana”, che, fondata nel 1946 insieme con Dossetti, e dotatasi dello strumento di “Cronache sociali”, intendeva preparare i cattolici italiani, che avevano assunto inaspettatamente posti di leadership politica nel Paese, “al rinnovamento cristiano della civiltà in Italia”, secondo una definizione più dossettiana che lazzatiana. Perché Lazzati, più che su una nuova cristianità, puntava su un compito formativo di corretta distinzione, e questo intento culturale fu alla base delle resistenze che Lazzati aveva inizialmente opposto a Dossetti, quando questi gli chiese di entrare direttamente in politica: “Altri erano i patti!”. E i patti erano il perseguimento della via lunga della preparazione culturale, che sarebbe stata in effetti -visti gli esiti successivi- la via veramente corta.
Tale idea, accantonata a causa delle responsabilità politiche dirette assunte, riemerse in tutta la sua forza quando Lazzati, concluso il suo lungo periodo di rettorato presso l’UC, ritornò libero di dedicarsi a quella che sentiva essere una sua profonda vocazione tuttora e più che mai attuale: “ecco che, a quarant’anni di distanza, un poveretto, residuo di quei tempi, finito il suo servizio universitario, ha pensato che è necessario fare qualcosa. Meglio tardi che mai, dice il proverbio” . Ma l’idea si era fatta sentire già precedentemente, almeno a due riprese, nel gennaio del 1958 e nel gennaio del 1959, cioè quando egli, rientrato in Università, aveva concluso il suo iter universitario con l’ordinariato e però non aveva ancora assunto incarichi accademici assorbenti. Non si trattava, tantomeno allora - ma mai questo fu il pensiero dominante -, di una contingenza elettorale; o di un calo di consenso della DC, ancora lontano, ma di una esigenza -diremmo- perenne e costitutiva.

Tra le carte Lazzati si trovano le minute di due lettere circolari inviate ad amici: la prima affidata alla trasmissione cuiusdam dott. Baget Bozzo. La lettera del 1958 - successiva alla ricostituzione dell’Isa (Istituto Sociale Ambrosiano)- esprime preoccupazione per il fatto che, alle “schiaccianti responsabilità assunte” dai cattolici in politica, non corrisponda una “adeguata preparazione”, “ancor più che per il passato”: “manca, cioè, l’ideale civile in cui prenda forma storica concreta il fermento religioso che, anche dove sia davvero sentito, non sostituisce quello né basta da solo a dargli vita”. Lazzati intende perciò radunare un gruppo di persone disposte “a lavorare insieme” per dar vita non ad “un programma politico per future elezioni”, ma alla “elaborazione di quell’ideale civile”. Emerge l’idea di fondo che la fede è necessaria ma non sufficiente a dar vita ad un ideale civile dei cattolici, laddove manchi l’avvertenza delle modalità della traduzione in politica dei valori di fede. Due i punti di riflessione indicati come “focali” di quel lavoro: la persona e la democrazia, cioè l’approfondimento dei principi personalistici della Costituzione e il difficile rapporto dei cattolici con la democrazia, come a dire del difficile rapporto tra verità e libertà, col pluralismo e col consenso. La constatazione che questi restino tuttora punti focali rende omaggio alla lucidità lungimirante di Lazzati e al suo pessimismo cristiano. Il metodo di riflessione indicato è quello di leggere i documenti sociali del Magistero alla luce del “concreto storico”.
E’ ancora lontano quel Concilio, nei cui atti Lazzati troverà espressa in modo mirabile la sua visione della presenza dei Cristiani nel mondo. Ma è pur sempre, quella, una stagione di forti pronunciamenti politici del Magistero. Lazzati non se ne lagna, ma, pur magari auspicando in cuor suo maggiore discrezione e magnanimità, li assume come guida, sicuro di poter trovare in essi, se bene letti e meditati, al di là di eventuali contingenti limiti storici, orientamenti ideali che fungano da criterio interpretativo. Emerge la sua indefettibile fiducia nella parola e nel Magistero, che gli fa prendere sempre sul serio i documenti magisteriali - oltre le più o meno autorizzate restrizioni interpretative- e che rende inscalfibile e dignitosa la sua fedeltà di fedele laico. Pronto anche, se del caso, a ricordare alla stessa Gerarchia, con filiale rispetto e con disponibilità di obbedienza, quelle parole ufficiali quando gli sembrassero surrettiziamente smentite in interpretazioni pur alte, e a chiederne l’interpretazione, per così dire, autentica.
La lettera del 31 gennaio 1959 esprime rinnovata ed accresciuta preoccupazione per la “carenza culturale dei cattolici in ordine ai problemi dell’ordine politico”. Era appena caduto (26 gennaio) il governo Fanfani (bicolore Dc e Psdi) e il 31 Fanfani lasciava la stessa segreteria DC per il distacco di quelli che poi saranno detti “dorotei”. Ma nel 1958 erano già scoppiati lo scandalo Giuffrè (antesignano di Sindona, “banchiere di Dio”) e il caso Milazzo in Sicilia; il governo Zoli era nato con i voti determinanti della destra; si era più volte manifestato il fenomeno dei “franchi tiratori” contro il governo Fanfani, segno di un laceramento interno al partito dei cattolici, frutto di resistenze all’avvio del contrastato dialogo con le forze di sinistra socialiste. A Lazzati pare che manchino le condizioni (ed ecclesiali e culturali, probabilmente) per dar luogo a “una sufficiente libertà di ricerca e di espressione non resa titubante in partenza dal timore del peggio, da diffidenze latenti o aperte, verso possibili novità”. Il linguaggio prudente lascia intravedere il persistere delle ragioni che avevano fatto scoppiare nel 1953 la polemica tra il teologo don Carlo Colombo e p. Messineo de “La Civiltà cattolica”, a proposito della possibilità teorica di stringere alleanza di governo col PSI. Ancora una volta Lazzati auspica un incontro non semplicemente congiunturale e si appella ancora una volta alla elaborazione di una cultura politica.
Non conosco risposte a quelle lettere. Ben presto quel progetto dovette essere travolto dalla discussione, che divenne squisitamente “di schieramento”, sul centro - sinistra, che divise i cattolici e che non lasciava - come Lazzati stesso aveva temuto- molta libertà o che invitava a procedere i pensosi, come si direbbe, “a motore acceso” ma “a fari spenti”. Poi intervennero fatti biografici coinvolgenti: nel 1961 a Lazzati fu imposta la mai digerita direzione de “L’Italia”, alla quale seguì immediatamente la Presidenza dell’Ac, poi la Presidenza di Facoltà; infine vennero gli anni tumultuosi della contestazione e il Rettorato. Sfumava ancora una volta per Lazzati la possibilità di dar corso alle sue aspirazioni più autentiche di educatore alla politica. Perché il suo senso delle istituzioni gli vietava di prendere posizioni che avrebbero potuto riversarsi sulle istituzioni stesse.
Ma non poteva nemmeno mettere tra parentesi quello che considerava il compito educativo suo supremo: lo perseguì allora dentro le istituzioni iuxta propria principia, cioè negli annuali corsi di aggiornamento dell’UC. Ma Lazzati avvertiva che essi erano altra cosa, soprattutto perché non potevano essere frutto di un gruppo stabile e coeso (dovevano tener conto pur sempre di un pluralismo di presenze istituzionali e delle ripercussioni su strati di cattolicesimo tradizionale); e non potevano accedere ad una dimensione più divulgativa e diretta.
Le esigenze antiche e quell’antico progetto riemergeranno perciò alla conclusione del suo lungo rettorato e finalmente troveranno uno sbocco, grazie ad una attività febbrile, quasi presaga della scarsa disponibilità del tempo rimastogli, tra l’83 e l’85. Ogniqualvolta impegni diversi scemano, riaffiora la sua intuizione giovanile, che evidentemente scorreva al di sotto di quelli come un fiume carsico.
Ci sono ora, sullo sfondo, le ferite e le lezioni delle battaglie sul divorzio e sull’aborto, che rimarcarono vieppiù la scarsa propensione dei cattolici a pensare politicamente. Anche la gestione della tragedia di Moro accentuò quella consapevolezza. Ci fu anche la crisi di consenso della DC nelle elezioni dell’83 e l’ascesa di Craxi alla Presidenza del Consiglio. La “Città dell’uomo” lazzatiana nasce e si sviluppa - per ironia della sorte- sotto l’ingombrante presenza craxiana (fino al 1986), quando si accentua, direi volutamente, la destrutturazione della politica, diventando sempre più pragmatistica e affaristica, con dilatazione della spesa pubblica, del tasso di inflazione e con l’aumento della disoccupazione, specie giovanile. Sono liquidati come astrattezze ideologiche gli ideali utopici e Lazzati, che così duramente dovette contrastare il Sessantotto antistituzionale e libertario, poté perfino rimpiangere quelle idealità, sia pure mal gestite. Ciò che allarma ora Lazzati è il riflusso giovanile, tanto che, nell’ultimo anno del suo rettorato, promuove proprio un convegno su Indifferenza o impegno? La società contemporanea e i suoi esiti (Brindisi, 4-9 settembre 1983) . In un momento in cui già era stato eletto il suo successore, troviamo, nell’intervento conclusivo, l’obiettivo che Lazzati si sarebbe poi proposto: “Oltre la civiltà dell’indifferenza, per una civiltà dell’impegno”. Lazzati riprende con linguaggio più vicino ai tempi la sua diletta idea della distinzione - unità tra impegno religioso (evangelizzazione) e impegno culturale, tra i quali corre la categoria della mediazione, le cui radici egli coglie nella stessa cristologia cioè in Cristo mediatore , che si fa pienamente uomo restando pienamente Dio. L’impegno politico rientra meglio nella categoria della animazione cristiana delle realtà temporali che - secondo Lazzati- “è la proposta concreta di metodi e modi atti a trovare soluzioni, le più valide possibili, dei problemi propri di quelle realtà” . Lazzati è avvertito ormai che questa posizione può suscitare accuse di dualismo, - egli chiosa- “da parte di chi preferisce “distinguere nell’unito” che “unire i distinti”, ma appare poi facilmente portato a confondere l’unito con l’unicità -il che è ontologicamente impossibile- e a facilmente perdere il senso della storia ove una possibile unità s’ha da fare tra e con coloro che hanno perduto sia il senso della distinzione [integrismo confessionale] sia e più quello della unità [secolarismo]” .
A fondare questa unità dei distinti Lazzati invoca il dialogo tra teologia e scienze profane, che egli aveva a lungo vagheggiato quando auspicava la creazione di una Facoltà di Teologia dentro l’Università Cattolica. E si fa sempre più frequente l’espressione “città dell’uomo” che consapevolmente Lazzati preferisce a quella di “città terrestre”, perché essa esprime subito la centralità e il protagonismo dell’uomo, cittadino delle due città. La cultura è chiamata quindi a svolgere il ruolo di cerniera, attraverso la riflessione antropologica: città a misura d’uomo, infatti. Il concetto di cultura non ristagna in zone teoretiche, ma deve essere condotto a fondare e motivare l’impegno all’azione . Quel Lazzati che, negli anni della contestazione studentesca, ammoniva con forza a non strumentalizzare la cultura a fini prassistici, predeterminandone scorrettamente l’esito, ora - in epoca di riflusso- contrasta le troppe e interessate schifiltosità accademiche e invita la scienza ad assumere i problemi umani più urgenti dell’ora, sempre secondo i propri corretti principi, ma senza chiudersi nella sua torre d’avorio.
Nel campo specifico della costruzione della città, o politica, Lazzati è uno degli ultimi difensori della “ideologia”, che -se rettamente intesa- svolge una funzione mediatrice tra i convincimenti ultimi e la prassi sociale : Lazzati deplora sì le pretese assolutizzanti delle ideologie ottocentesche, ma non si compiace dell’agonia delle ideologie nelle braccia del prassismo avaloriale. L’ideologia è tanto più importante per chi ha riferimenti ultimi così trascendenti da rischiare, in sua assenza, l’integrismo, e perciò l’inefficacia e l’isolamento. Non inefficacia di potere, ma di fecondazione della società attraverso quei valori cristiani che, declinati in valori antropologici, è possibile infondere nella società senza che siano rifiutati o, peggio, bestemmiati, di modo che contribuiscano invece a far crescere l’ethos di un popolo intero. Egli vede confermato questo atteggiamento nel Concilio Vaticano II e già nella Costituzione della repubblica italiana che sono entrambi “frutto di sacrificio e di grande tensione ideale cristiana e umana” .
Il 1984 è l’anno della revisione del Concordato e della massima espansione del voto comunista (elezioni europee), della immediatamente successiva parabola discendente del PCI, favorita dal referendum sul costo del lavoro e sulla scala mobile. E’ l’anno della morte di Berlinguer e quello in cui si affaccia concretamente l’ipotesi di revisione costituzionale. Nel successivo 1985 fatto significativo è il convegno della Chiesa italiana a Loreto su “Evangelizzazione e testimonianza della carità”.
Sono tutti fatti importanti, ma nessuno di essi è di per sé bastevole a spiegare la nascita di “Città dell’uomo”. Al di là delle singole congiunture, c’è la convinzione che la congiuntura è ormai cronica. L’esito estremo d’un logoramento d’una visione alta e non residuale della politica è visibile in una politica postmoderna che scollega mezzi e fini, bene incarnata da Craxi e da gruppi cattolici che hanno recuperato in maniera spregiudicata quella politica dei mezzi che pure stava a cuore a Lazzati e al dossettismo, purché fosse rapportata ai fini per via di corrette mediazioni. A costo di sembrare legato ad una visione passatista, Lazzati puntò su una riqualificazione dell’agire politico inteso in senso classico, come la più alta attività etica dell’uomo nel tempo, secondo l’idea, propria del pensiero antico e della tradizione cristiana tomista, della politica come sintesi architettonica.

Tra il 1984 e il 1986, a scadenza annuale, escono tre opuscoli, scritti febbrilmente, ai quali Lazzati consegna in termini esemplarmente fruibili e partecipabili le sue pluridecennali riflessioni sulla costruzione della città dell’uomo e sulla laicità, quasi a costruire i fondamenti e le linee guida di quel lavoro di formazione. Il 17 gennaio del 1984 riunisce a Roma un gruppo di intellettuali cattolici gravitanti sul Meic (Angelo Bertani, Marco Ivaldo, Alberto Monticone, p. Pio Parisi, Romolo Pietrobelli, Domenico Rosati, p. Bartolomeo Sorge, Luciano Tavazza, Beppe Tognon, Giorgio Tonini). Pur consapevole degli stretti legami della crisi con l’insufficienza della formazione religiosa e pastorale, egli, fedele al principio delle competenze propriamente laicali, restringe il campo d’osservazione alla impreparazione relativa al rapporto tra vivere da cristiani e “costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo”, formula con la quale esprimerà il concetto di fare politica. A superare questo gap egli vede deputato un “servizio culturale” .
Egli scandisce l’articolazione di questo servizio, che, pur frutto di ampio dibattito, rispecchia l’ossatura dei suoi opuscoli succitati: 1. fondazione teologico - antropologica del dovere di costruire la città; 2. metodologia dell’unità dei distinti, secondo la duplice e non opposta fedeltà ai principi e alla storia; e quindi necessità d’una formazione religiosa e scientifica (economia, diritto, sociologia, scienza politica, ecc.); 3. strutturazione del servizio in un laboratorio di riflessione interdisciplinare su problemi politici; una rivista di raccolta dei risultati; centri di lettura e di commento dei risultati, animati da operatori culturali; una trasmissione dei risultati all’interno di altri movimenti secondo gli specifici linguaggi; “eventuale formazione di ‘gruppi servire’ che ne sperimentino l’efficacia.
L’impostazione è in nuce quella di “Città dell’uomo” e rispecchia in pieno la forma mentis di Giuseppe Lazzati che parte dal fondare la necessità del compito politico; che caratterizza questo compito come un agire a cui conduce un pensare (una ideologia); che costruisce questo pensare come una mediazione tra principi e storia; che diffonde il pensare in una cultura partecipata e solo alla fine in prassi politica, lasciata a responsabilità precise.
Ma l’esito di quell’incontro romano non fu incoraggiante. Della delusione sono testimoni un interessante pro-memoria di quel tempo, stilato ad uso di Lazzati stesso da Franco Monaco, presente all’incontro, e una lettera successiva fatta avere da Lazzati ai partecipanti tramite Marco Ivaldo (6 febbraio 1984). Lazzati si vede costretto ad attribuire al suo disegno una forse “eccessiva ambizione”, perché la stragrande maggioranza dei convenuti lo intese –o volle intenderlo- come un servizio alla chiesa e come una proposta intraecclesiale, in vista della preparazione dell’annunciato Convegno ecclesiale di Loreto. Monticone ancor oggi testimonia che Lazzati allora “percepiva il possibile declino di una stagione di valorizzazione del laicato interno della Chiesa e nello stesso tempo i segni inconfondibili di una crisi della rappresentanza politica dei cattolici italiani”, ma il suo ricordo risulta -a mio avviso e sulla base delle riflessioni di Lazzati e di Monaco - interno ad una ripresa dentro la Chiesa della teologia conciliare del laicato e del posto del laico dentro la chiesa, o tutt’al più di rivitalizzare una presenza visibile dei cattolici in politica (del partito dei cattolici). Non coglie invece –e così fecero quasi tutti gli altri convenuti- la vera preoccupazione di Lazzati, di risollevare la qualità della politica e di sviluppare una presenza ad extra, Insomma, l’intenzione di Lazzati non era né primariamente teologica né collaterale, ma di fondazione di un pensiero politico non solo in risposta alle sfide nuove che la crisi della DC imponeva, ma anche contestativo delle debolezze costitutive del pensiero politico dei cattolici, che erano interne allo stesso periodo d’oro della visibilità politica dei cattolici.
Più avvertita la reazione di Marco Ivaldo, che non a caso fu poi tra i soci fondatori di “Città dell’uomo”, e quella di Pietro Scoppola, il quale, pur percependo la portata ad extra del progetto di Lazzati, ne contestava però la forma progettuale e la cultura di “modello”, contrapponendogli la necessità di una presenza alimentata dalla “spiritualità del conflitto”, cioè legata ad una difficile ricerca di convergenze storiche, di tipo programmatico e contingente (quella che egli amava chiamare la “cultura dei mezzi”).
Lazzati invece era e restò uomo delle ideologie forti. Dentro il suo “modello” correva sempre una inesausta ricerca di metodo, che doveva stare alla base di ogni presenza in politica dei cattolici. Poi, forse a differenza di Scoppola, egli credeva fermamente che fosse necessaria comunque una ideologia (elaborata da cattolici in prosecuzione della tradizione del cattolicesimo democratico) e che non bastasse la loro semplice presenza in un contorno formale di tipo liberale, in cui inserirsi di volta in volta a seconda delle emergenze storiche assumendo il conflitto della storia: egli avrebbe considerato questo un andare a rimorchio della contingenza e questo proprio rimproverava alla Dc. Riteneva però che non bastasse enunciare i principi, ma che sempre da una ideologia si dovesse passare ai programmi e che dentro ogni singolo atto di governo però dovesse essere presente il germe d’un pensiero globale coerente, anche se disposto al dialogo: si doveva perciò agire “non accontentandosi di giudicare i fatti ma scavando sul piano teoretico per esaminare le teorie dalle quali quei fatti traggono origine”. Questo pensiero è compreso in un successivo comunicato preparato da Lazzati per portare a conoscenza l’iniziativa, che ormai assumeva il nome di “Città dell’uomo”. E’ possibile avvertire in esso la preoccupazione per una politica - quale quella dell’epoca craxiana- che non era più evidente nelle sue scelte, perché non dichiarava più la sua provenienza ideologica, ma che doveva essere smascherata nelle sue radici antropologiche. A maggior ragione quindi si imponeva una iniziativa come “Città dell’uomo”, e questa esigenza permane e, se possibile, si ingigantisce oggi nella caduta ormai diffusa delle ideologie e quindi nella invisibilità delle matrici culturali delle formazioni politiche.
Certo è che la scansione lazzatiana, nella sua articolazione, si può capire solo se la si colloca in un tempo di ideologie forti. Risultano evidenti le esigenze di trovare per mezzo di riflessione ed azione le vie per cui la politica risulti attività etica vera, nel rispetto dei meccanismi inevitabili di ogni scelta morale, resi specifici dalla necessità di fare i conti col bene comune nel rispetto della città di tutti. Potrà suonare qua e là datato il linguaggio lazzatiano e datata la fiducia nella meccanicità di certi passaggi, ma, restando ben fermo il principio della costruzione della città tramite il convincimento culturale e la creazione d’un costume partecipato, prima che tramite la decisione coattiva, quel processo resta perennemente valido perché prescrive che ci si misuri sempre col progresso delle conoscenze e con l’ethos. Potrà forse essere da noi sfumata e resa più circolare che seriale la distinzione tra scienze empiriche e teologiche, ma resta valido il principio lazzatiano della necessità del dialogo tra competenze di fede ragionata e di conoscenze empiriche, anche e proprio a proposito della politica.
Potrà essere ridimensionata la sua fiducia nella logicità, quasi illuministica, del passaggio da laboratorio di esperti a gruppi di divulgatori, che è forse la parte più caduca della sua intuizione, perché, se era possibile nell’epoca del pensiero forte e nella persistenza di Maestri indiscussi, separare elaboratori di cultura politica e mediatori, in un’epoca di pensiero debole e di politica settorializzata e specializzata fino al professionismo, e in assenza perciò di personalità carismatiche, risulta più difficile chiedere una adesione al progetto successiva e quasi servente con l’esclusione dal livello progettuale. Sicché poi l’associazione “Città dell’uomo” ha preferito assumere - e anche qui con una certa difficoltà- il metodo della diffusione sul territorio tramite sezioni, che sono anche centri di elaborazione, pur dentro il perimetro della condivisione di una ispirazione di fondo e nel rispetto delle linee dell’appuntamento annuale. Ma resta imprescindibile l’intuizione di trasfondere capillarmente il pensiero elaborato, perché alla politica necessitano il consenso e la costituzione d’un ethos condiviso.
Dall’incontro romano Lazzati restò deluso, ma non paralizzato e si rese conto che doveva perseguire il suo obiettivo agganciando altre presenze culturali cattoliche, meno interne all’associazionismo cattolico e -forse- all’ambiente romano, che era meno capace di sottrarsi all’assorbenza di quei riferimenti.

Il 17 gennaio del 1985 (singolare anche che il ritorno di questo progetto si abbia sempre nel mese di gennaio, quasi che Lazzati lo riprendesse dopo il tempo natalizio, propizio alla riflessione) ad un gruppo di amici da lui convocato Lazzati presentava ufficialmente l’abbozzo di “Città dell’uomo”. Non doveva essere un “avvio, più o meno celato, di movimento politico”, ma un “servizio culturale”, pensato primariamente per cristiani laici e fondato metodologicamente sul principio della unità dei distinti “il solo valido a salvare dalle separazioni proprie di integrismi e laicismi purtroppo diffusi”.
Lazzati insiste sulla necessità di un “laboratorio “(un ‘pensatoio’, come più familiarmente diceva) provvisto di varietà di competenze e sostenuto da una sezione amministrativa: le riflessioni dovevano essere consegnate a Seminari e Convegni di studio. Per rispondere a queste esigenze “Città dell’uomo” si articolerà su un Direttivo e un Comitato scientifico.
A proposito dei Seminari di studio, tra le carte Lazzati figura anche uno schema di priorità. Al primo posto Lazzati indicava: “Come intendere il fare politica oggi”, ovvero “La costruzione della città dell’uomo a misura di uomo oggi”. L’insistenza sulla dicitura “oggi”, che Lazzati poneva nei suoi titoli, suscitava in noi, più vicini e familiari collaboratori, una certa tenerezza per quello che consideravamo un suo tic, che si accoppiava ad un altro: “ieri” o al binomio: problemi e prospettive. Ma quei tic dicevano che l’impegno di costruzione della città si deve sempre misurare sulle condizione dell’ora, e mai sui soli principi, e che l’ora si comprende solo a partire dal passato e nella distinzione da esso. Lazzati fu sempre persuaso che, per andare in profondità nei problemi, occorreva distinguere e comparare. Venivano poi le proposte di Seminari su “Economia e politica nella città dell’uomo postindustriale” e su “Rappresentanza e partecipazione nella nuova situazione di società” (ovvero “il rapporto società civile-società politica nella moderna città dell’uomo a misura di uomo”).
Importanti per delineare la posizione di Lazzati nell’imminenza della fondazione di “Città dell’uomo” sono anche alcuni interventi che in questo periodo gli sono richiesti. Tra questi merita di essere segnalata una conferenza, tenuta a Cosenza il 13 febbraio 1985, dal titolo: “Il cristiano nella città dell’uomo”, che ancora – ufficialmente - è solo il titolo del suo volumetto del 1984. Vi si trovano le due fiaccole di Lazzati: la Costituzione italiana e il Concilio Vaticano II (in particolare la Cost. Gaudium et spes con la sua teologia del laicato). E’ un colloquio punteggiato anche di ricordi personali, come quello di quel parroco che aveva individuato il futuro sindaco in quanto “bravo cristiano”, e al quale Lazzati rispose: “mi fa piacere che quel tale sia un bravo cristiano, ma sa che cosa vuol dire amministrare un comune?”. La santificazione attraverso la professione, che, a mio giudizio, è stata il veicolo principale dell’interesse per la teologia del laicato, ha stentato - e tuttora stenta- a infiltrarsi nella politica, come se questa fosse estranea ad una qualificazione etica specifica, perché o avaloriale (pura tecnica) o avalutativa e semplice passapratiche di valori elaborati altrove. Non manca un appello ad una economia che secondo la fortunata formula di Francesco Vito, fosse a servizio dell’uomo e perciò in grado di elaborare sue regole che a quel servizio mirassero e non alla brillantezza dell’economia in sé a scapito di “milioni di disoccupati”. Vien da ricordare quello che Lazzati stesso raccontava, cioè l’interruzione di La Pira a Einaudi, il quale teorizzava la necessità di una dose di disoccupazione ai fini della sanità dell’economia: “Onorevole, non dica sciocchezze!”.
Non manca il ricordo dei lavori costituenti: “dialogo da mattina a sera e, a volte, da sera a mattina. E non era certo un dialogo con gli ultimi arrivati, ma con i rappresentanti più autorevoli delle diverse estrazioni culturali. Il dialogo doveva essere condotto con grande pazienza, cercando di far capire che non si voleva imporre nulla che non rispondesse alle esigenze dell’uomo. Così si cominciava con dei no e si finiva con dei sì”.
Per l’idea alta di mediazione, diversa dal compromesso, Lazzati cita la lettera di Paolo a Filemone e l’atteggiamento paolino che ne risulta a proposito della schiavitù: “San Paolo non ha mandato Onesimo a far comizi sull’abolizione della schiavitù, che sarebbero stati un vero fiasco” (incapacità di legarsi alla situazione storica), ma ha fatto quello che riteneva possibile a quel tempo, proponendo al padrone un ideale di fratellanza che solo secoli più tardi avrebbe fruttificato in una abolizione giuridica.
Importante ai nostri fini è anche un articolo di Lazzati, apparso su “Aggiornamenti sociali” (luglio-agosto 1985): “La Chiesa nella comunità politica”, dove egli ribadisce la sua concezione della laicità nella Chiesa e nel mondo, sulla base della autonomia (relativa) delle realtà temporali, le cui leggi sono scoperte e conosciute attraverso l’esercizio della intelligenza e non ad opera della Rivelazione, secondo G.S., n.59. Questo è, per sua natura, campo di opinabilità che “non è dato superare appellandosi alla fede”. Sicché l’unità politica dei cattolici “nella misura in cui risulti essere condizione di maggiore efficacia, è obbligante ove ci si debba fermamente opporre a forze o regimi che conculcano i diritti fondamentali dell’uomo, primi tra tutti quelli di libertà”. Ma non è questo l’atteggiamento più normale e attuale, anche se basta questo convincimento - al dire di Lazzati - “perché in taluni ambienti, ai quali si riconosce un esuberante entusiasmo religioso, si possa essere accusati, o di fatto si venga accusati, di viltà nel senso di mancanza di coraggio del dichiarare la propria identità”. L’unità politica, peggio se posta sotto il nome di “cattolica”, potrebbe far allontanare dalla stessa giustezza delle posizioni radunate sotto di essa, oltre che gettare discredito sulla Chiesa stessa.
Su questa linea, in un intervento ad un corso di formazione per giovani D.C. (Pallanza, ottobre 1985), racconterà la sua risposta ad una studentessa che gli diceva: “Io non capisco la sua posizione! La mia cultura è Cristo, basta e c’è tutto”: “Scusa, perché vieni all’università? Se la tua cultura è Cristo, che cosa vieni a fare?”.

Il primo Seminario coincise con la nascita ufficiale di “Città dell’uomo”, il cui Atto costitutivo è del 4 ottobre 1985, a firma di Leopoldo Elia, Giuseppe Glisenti, Marco Ivaldo, Giuseppe Lazzati, Ettore Massacesi, Giorgio Pastori, Luciano Pazzaglia, Luigi Pizzolato, Cesare Trebeschi. Il notaio – secondo Danuvola – volle incorniciare l’atto, perché tante firme illustri non le avrebbe mai viste tutte insieme. Ma dietro le quinte agivano altri amici fedeli e illustri, a cui quella nascita dovette pure molto: per fare solo qualche nome, ricorderò don Antonio Acerbi, don Giuseppe Angelini, Sandro Antoniazzi, Enzo Balboni, Enrico Berti, Giorgio Berti, Franco Brovelli, Gabriele Calvi (che spesso ci ospitò per la preoccupazione di Lazzati di distinguere questa attività dalla Università), Mario Chiavario, Carlo Dell’Aringa, Luciano Corradini, Paolo Danuvola, primo segretario, Enrico De Mita, Paola Gaiotti, Nicola Lipari, Angelo Mattioni, Franco Monaco, giovane consigliere ascoltato e quasi segretario particolare, Armando Oberti, Luigi Pasinetti, Romolo Pietrobelli, Enzo Pontarollo, Nicola Raponi, p. Mario Reina, Giuseppe Restelli, Domenico Rosati, Roberto Ruffilli, p. Gianpaolo Salvini, Piero Schlesinger, Pietro Scoppola, Franco Totaro, Francesco Traniello; e altri che qualcuno dei presenti magari mi aiuterà a ricordare. Importanza fondamentale era assegnata all’art.3, comma 1: “L’Associazione si propone di elaborare, promuovere, diffondere una cultura politica che, animata dalla concezione cristiana dell’uomo e del mondo, sviluppi l’adesione ai valori della democrazia espressi nei principi fondamentali della Costituzione della repubblica italiana, rispondendo alle complesse esigenze della società in trasformazione”.
Lazzati, fiero della sua vocazione laicale e conoscitore delle norme del Codice di diritto canonico, volle solo “dare comunicazione” della sua intenzione al Presidente della Cei, card. Ugo Poletti, senza chiedere quella autorizzazione, che non sarebbe comunque stata negata alla sua fedeltà. E difatti il card. Poletti rispose riponendo la sua fiducia. Per la sua associazione, Lazzati volle che fosse rigorosa l’esclusione da incarichi direttivi di soci che rivestissero ruoli politici significativi, onde fosse evitato qualsiasi sospetto di collateralismo e di attivismo politico.
Il Seminario fondativo fu preparato secondo uno schema predisposto da Lazzati in fedeltà al principio della varietà delle competenze e della ermeneutica del titolo dell’Associazione: “la città dell’uomo”, e quindi intervento del teologo - moralista e dello storico della teologia (analisi del passaggio teologico e storico da cristianità ad autonomia della politica); “a misura di uomo”, e quindi intervento del filosofo (della politica) che metta a confronto visioni antropologiche e concezioni politiche; “oggi”, con esame della situazione da un punto di vista sociologico - economico. Lo schema si andò poi assestando, in un senso inverso, di andamento più storico che concettuale, cominciando dall’analisi storica e ponendo al culmine finale il discorso teologico.
Esso si tenne a Milano, presso il Centro Paolo VI nei giorni 4-5 ottobre 1985 e vide come relatori Pietro Scoppola (per l’analisi macrosociale della società italiana contemporanea), Gabriele Calvi (per l’analisi microsociale), Enrico Berti (sulla dialettica interessi - valori nella filosofia), Antonio Acerbi (sulla presenza del soggetto cristiano politico dalla Rerum novarum al Concilio Vaticano), Giuseppe Angelini (dal Concilio Vaticano II ad oggi) . Lazzati lo introdusse con parole che egli non vide stampate e che conservano qua e là quel tono orale, la cui capacità di reggere il periodo era tanto lodata da un filologo come Ezio Franceschini. Con esso intese introdurre la stessa Associazione “Città dell’uomo”. Lazzati richiama il valore d’un servizio culturale alla presenza politica dei cristiani: “la nota caratteristica di tale presenza non dovrebbe consistere nel qualificarla con l’aggettivo ‘cristiana’, ma invece di pensarla in termini della maggiore possibile validità tecnico-storica delle proposte che i cristiani sono capaci di presentare nel dialogo-confronto con tutti i partecipanti a quella costruzione. In altre parole: si tratta di uscire da presunte ipotesi di ‘nuova cristianità’, di ‘città cristiana’ più o meno palesi e perseguite in ambienti e movimenti cristiani, naturalmente senza perdere la coscienza, anzi coltivandola, dell’apporto che ‘lo specifico cristiano’ reca all’individuazione ed attuazione dell’autenticamente umano” (p.9).
“Città dell’uomo” è nata e il Seminario è il suo primo prodotto. “La Discussione” del 28 ottobre 1985 dedicava all’Associazione il paginone centrale con articoli di Lazzati, Elia e Trebeschi.
Importante a illuminare il contesto storico e le connesse aspirazioni di Lazzati per la sua associazione è una intervista, uscita nel febbraio 1986 , le cui domande probabilmente furono concordate con Lazzati stesso, onde gli fosse permesso di articolare le risposte lungo logiche e ordinate rubriche. I temi sono quelli cari da sempre a Lazzati. La laicità della politica intanto, con rinnovata critica alla scelta del nome del partito della Democrazia Cristiana, che “denotava il fare conto più sulla presa religiosa e l’appoggio di cui più facilmente avrebbe così potuto godere da parte della Gerarchia ecclesiastica che sulla diretta presa politica”. Poi l’attenzione privilegiata alla Carta costituzionale. Nell’ingrossarsi degli attacchi Lazzati ribadisce la validità dei principi fondamentali e la disponibilità ad alcuni “ritocchi” per favorire la governabilità (tra questi l’abbandono del bicameralismo -”che non si farà mai”- o almeno del bicameralismo perfetto). L’allontanarsi della politica dalle linee d’una democrazia sostanziale e compiuta, con la sua regressione su linee di democrazia liberal - borghese: “tali sono quelle cui si ispira oggi l’azione politica succube di un clima dominato da concezioni e interessi che più facilmente spingono a un senso edonistico della vita, a un consumismo selvaggio, alla rivendicazione di diritti trasformante lo Stato sociale in Stato assistenziale”. La viva preoccupazione - che si portava dietro anche dal clima del Convegno ecclesiale di Loreto- per il “sorgere di movimenti politici nati da quelli religiosi [...] e tendenzialmente miranti non tanto ad agire dentro lo Stato e le sue istituzioni, quanto piuttosto a creare forme proprie di gestioni culturali, sociali, economiche nelle quali sia quantificante l’aspetto confessionale a dimostrazione di una presenza cattolica non puramente religiosa”. Amarezza gli aveva prodotto il convengo sulla laicità promosso dalla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, nel quale egli vedeva un sostanziale discostarsi - nonostante intenzioni e dichiarazioni contrarie- dalla teologia del laicato del Concilio Vaticano II.
I cattivi rapporti competitivi tra Craxi e De Mita sono le premesse del XVI Congresso della DC (Roma, maggio 1986). Lazzati vede il pericolo di caduta della politica ideologica classica ed auspica -quasi con un senso di rassegnata impotenza- che il mondo politico cattolico riapra i rapporti “con tutte le forze politiche con le quali dialogò -e in quale misura- nell’ideare e redigere il testo della Costituzione non senza una tendenziale preferenza per quelle per le quali non è e non dovrebbe essere privo di significato il suo primo articolo”, cioè il costitutivo ruolo caratterizzante del lavoro. Esso “certamente domanda di abbandonare schemi tuttora dominanti di liberismo capitalistico e, badando a non perdere l’irrinunciabile principio della libera imprenditorialità in una economia di mercato, di muoversi a collegarlo con quello di un possibile statuto di impresa, con attenzione a respingere tentazioni sicuramente insorgenti di collettivismo e di classismo”. In realtà, la preparazione stessa del congresso all’interno della Dc evidenziò in maniera abnorme la varietà delle anime e dei centri di potere di quel partito (le correnti) e il dibattito non volò alto.
Sono due i temi, e correlati, che qui stanno a cuore a Lazzati: l’apertura del partito dei cattolici alle forze dell’arco costituzionale, ma in primis a quelle della sinistra, evidentemente anche e soprattutto comunista; ma non tanto in vista di quel governo costituente che proponeva l’on. Ingrao, bensì sulla base del fondamentale ruolo del lavoro e quindi dell’attuazione effettiva dello Stato sociale. Non era forse estraneo a questo rilancio di dialogo il referendum del giugno 1985 sulla scala mobile, nel quale non solo il PCI uscì sconfitto, ma si affievolì l’affezione per lo Stato sociale stesso. E’ questo infatti l’apogeo della politica craxiana, che nel febbraio 1984 aveva incassato il successo della revisione del Concordato. Lazzati in quegli anni, già minato dal suo morbo letale, accettava con coraggio e abnegazione il ruolo di predicatore itinerante nelle sedi più disparate, sempre alieno dal selezionare sulla base di presenze elitarie o calcolate: in questo restò figlio dell’Ac milanese, organizzazione di massa, che egli non amava dividere nemmeno in settori. Si recò in decentrate sedi del Pci, dove rinforzava da cattolico il vero senso d’una socialità che fosse estranea al virus di quella cultura radicale individualistica, che già stava insinuandosi dentro il Pci e che si diffonderà dopo il calo di consensi nelle elezioni del 1985 e del 1987.
In Lazzati, in questo contesto di attacchi alla Costituzione e di indebolimento dello Stato sociale, matura anche un mutamento gerarchico nel progetto di iniziative di “Città dell’uomo”. Ai più vicini collaboratori sembravano più urgenti e moderne proposte come quella di una ricognizione e riflessione sui luoghi e sugli stili attuali del far politica (che pure Lazzati stesso aveva prima preso in considerazione). Ma Lazzati fu cortesemente irremovibile nel mettere a tema il lavoro, collegandolo all’art.1 della Costituzione. L’alternativa fu portata alla prima Assemblea (14 dicembre 1985), ma la lotta era troppo impari tra i sostenitori della prima proposta e Lazzati. L’Assemblea cedette, infine nella sua interezza, al suo desiderio di patriarca venerando. Capivamo che egli sentiva un obbligo - l’estremo - di difendere Costituzione e Stato sociale e riteneva che affrontare altri temi fosse quasi uno sfizio culturale. Non era estranea nemmeno l’angoscia per gli sfoghi raccolti di tanti studenti avviliti per la loro condizione di disoccupazione intellettuale. Egli aveva già promosso nel 1981 un Convegno su Giovani e lavoro dove aveva esplicitamente ravvisato nell’art. 1 la volontà di collegamento del fondamento politico della democrazia (la sovranità popolare) con il suo fondamento sociale, e in esso individuava la novità più vera della nostra Carta. Nacque così l’idea del primo Convegno di studi di “Città dell’uomo”, che sarà Una repubblica fondata sul lavoro. Sarebbe stato l’estremo omaggio ai fondamenti congiunti della Costituzione ai quali proprio Lazzati e La Pira, in particolare, affidavano il principio della democrazia sostanziale e le attese della “povera gente”.

Lazzati non vide la realizzazione del I Convegno, che si tenne il 12-13 dicembre 1986, con un cospicuo gruppo di personalità del mondo della cultura, unite dal suo ricordo. “Città dell’uomo” doveva proseguire senza il suo fondatore, ma la corsa ne sfruttava ancora la spinta. Quelle esigenze non sono morte con lui. Sono ancora emergenze attuali e basterebbero da sole a motivare la continuazione di una associazione come “Città dell’uomo” che, attenta a non assumere le logiche di un movimento politico, non voglia trasformarsi nemmeno in un club culturale, ma sappia coltivare quella linea precisa e qualificante, che trova sempre e ancora - nonostante il concomitante esito di ritardi di attuazione e di fughe in avanti- alimento nella Costituzione e nel Concilio Vaticano II.